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Ci permettiamo di proporre la lettura del quadro di  quest'anno di Suor Maria Gloria Riva 
 
magritte golcondaweb"....ma a dove conduce un mondo così, un modo che ti consegna all’emozione, che ti lascia in balia di una libertà sganciata totalmente dall’etica? Voglio raccontarvelo con René Magritte.
L’arte mi ha entusiasmata fin da piccola, così ho frequentato il liceo artistico con passione. Quando però, tramontati i grandi ideali che sembravano esser sorti dopo il 68, tramontate le velleità di cambiare il mondo con la politica, iniziai le mie prime esperienze lavorative mi scontrai con qualcosa che non avevo immaginato. 
Trovai lavoro come disegnatrice di “fumetti” presso un bravo disegnatore italiano, Giancarlo Tenenti, e iniziai anche a fare teatro in una compagnia nata sotto la guida di Mario Tedeschi, direttore del Teatro dell’Arte di Milano. E qui, proprio dentro al grande mondo della comunicazione mi accorsi che l’uomo andava perdendo la creatività. Mi scontrai con la perdita della vera ispirazione artistica.
Ecco: un mondo che ti consegna all’emozione reca come frutto l’apatia, la mancata creatività, oserei dire – guardando Magritte – la clonazione
Magritte è spesso citato come l’ateo disinibito, l’uomo dalle donne nude e velate, dalle camicie appese con fuori i seni. Eppure forse pochi sanno che all’età di dodici anni, Renè uscì di casa perché qualcuno lo chiamava, corse al fiume e vide di colpo ciò che un dodicenne raramente vede insieme: una donna nuda e una donna morta. E scoprì una frazione di secondo dopo che quella donna nuda e morta era sua madre. In quel momento Magritte divenne ateo. In realtà dunque, tutte le opere di Magritte, e quella sua ostinazione a sconcertare assegnando alle sue opere dei titoli che sconfessano le opere stesse, hanno come radice una grande domanda sulla vita e sulla morte. 
Qui Magritte intitola il dipinto Golconda, mitica città indiana, una città dai tramonti infuocati, dalle donne bellissime, la città della musica e delle danze, insomma: la città dei sogni, quella cui ciascuno anela. Magritte intitola questo quadro Golconda e dipinge invece lo spaccato di una qualunque città del Belgio, in un anonimo lunedì mattina, quando uomini in bombetta e soprabito, intruppati, tutti uguali, vanno al lavoro. 
Ma ciò che affascina è il punto di vista di Magritte. Il dipinto sembra essere dipinto da un uomo che esce di casa per guardare il cielo. È così evidente che quest’uomo vuol vedere il cielo che i palazzi si vedono soltanto dal secondo o terzo piano in su. Quest’uomo vuol guardare il cielo, ma non può. Non può perché è come se la retina rimanesse così fortemente impressionata da ciò che accade lungo i marciapiedi: e cioè uomini in soprabito e bombetta che corrono al lavoro tutti uguali, tutti clonati. 
Magritte è l’uomo che vuole vedere il cielo ma il cielo resta chiuso per lui. Nel cielo di Magritte, infatti non si vedono solo piccoli uomini in lontananza, ma si vedono anche ombre. Nel cielo si stagliano le ombre degli uomini, ma il cielo non dà ombra. Un cielo che dà ombra è un cielo chiuso per l’uomo.
Questo è il dramma che ho incontrato. Uomini nati per il Cielo, nati per esprimere cose grandi, imprigionati nella loro Golconde, senza cielo.
Tuttavia, Magritte non ci lascia senza speranza. Guardando attentamente gli uomini di Magritte vediamo che non sono uomini clonati, ciascuno di essi ha un volto diverso, una sua fisionomia, ciascuno guarda in una direzione diversa. Ogni uomo cerca la sua propria immagine e la cerca istintivamente verso il cielo. Nessuno può trovare se stesso se il cielo non gli manifesta la vera immagine; il cielo è come uno specchio.
E così anche per me: dentro al mondo della comunicazione dove, spesso era così difficile comunicare, ho capito che bisognava cercare la verità di se stessi dentro la vera libertà che è il Cielo. 
Ma che cosa nella vita di chi non crede può per un attimo far assaporar il Cielo. Che cosa ci può salvare da una vita consegnata all’emozione o all’apatia, se non l’amore?
Suor Maria Gloria Riva
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